Comincio questa breve jazz history precisando che le informazioni riportate sono frutto di letture di testi specifici e di ricerche in internet oltre che di conoscenze personali. Ho solo rielaborato le notizie e le ho messe in ordine e in maniera sintetica. [(NdR)Per commenti e consigli, questo è il forum di supporto.] Articolo di Vincenzo Ierace.
Il Ragtime Siamo nel 1896 e si è conclusa la stagione delle rappresentazioni teatrali chiamate Minstrel (una specie di commedia dell’arte fatta da bianchi che si tingevano il viso con nerofumo, labbroni bianchi, cappello a cilindro, frac e guanti bianchi). L’anno dopo campare la parola rag sui primi spartiti di musica. Che il ragtime sia uno stile del jazz è questione controversa dal momento che in questo stile manca l’improvvisazione che una caratteristica del jazz, mentre ciò che lo accomuna al jazz è ovviamente la radice afro americana e lo swing. Questa musica è composta prevalentemente per pianoforte dal momento che era eseguita nei bar di New Orleans, nei teatri e nei bordelli ed ha un repertorio vastissimo che spazia dalle composizioni originali dei suoi interpreti all’influenza della musica classica (valzer) e bandistica (marce) dell’occidente il tutto filtrato da una componente nera. Perché questo genere,così come sarà per il jazz agli inizi, è eseguita in questi posti a volte “malfamati”? Intanto perché lì vi è a disposizione un pianoforte e poi perché per i musicisti che lo suonano è l’unica fonte di reddito. In una nazione, in particolare negli stati del sud, dove l’emancipazione fatica a decollare e l’economia è esclusivamente in mano ai bianchi, per i neri non c’erano molte opportunità di sostentamento: o imparavano a suonare uno strumento (e in questo erano molto più abili dei bianchi) o si dedicavano ad attività di malaffare, e spesso le due cose andavano insieme. Nel 1860 la metà dei neri (chiamati col dispregiativo di coon o jig) erano ancora schiavi e si trovavano quasi tutti negli stati del sud. L’esponente più importante del ragtime fu indubbiamente Scott Joplin nato in Texas nel 1868. Aveva iniziato anche lui suonando in locali malfamati per trasferirsi poi a New York dove iniziò la sua carriera di musicista e compositore. Un pezzo di rag è strutturato su quattro temi di sedici battute ciascuno, detti strains, che si susseguono secondo uno schema prestabilito. Il ritmo è fortemente sincopato ed è portato dalla mano destra del pianista, in tempo binario, mentre la mano sinistra dà un accompagnamento non sincopato in tempo 2/4; questi due ritmi diversi hanno origine uno nella musica europea e l’altro nella musica africana. Questo modo di suonare portava allegria e faceva ballare ed era ciò che l’america voleva in quegli anni. Addirittura il rag influenzò anche musicisti europei come Brahms, Debussy e Stravinsky. Il ragtime durò una ventina d’anni e finì con la morte di Joplin nel 1917 quando cominciò a circolare un altro vocabolo strano e un altro modo di suonare che aveva il nome di jass. Da citare oltre a Joplin anche Jelly Roll Morton (ricordate la sfida al pianoforte fra lui ed il “pianista sull’oceano” Danny Boodmann T. D. Lemon Novecento?) e James P. Johnson anche se questi ultimi trasformarono il rag nello stile stride che avrebbe costituito una delle basi per il piano jazz. Discografia minima: composizioni di Scott Joplin. New Orleans – Dixieland - Chicago Agli inizi del 900 New Orleans era un coacervo di etnie e, insieme alla gente si mescolarono diversi generi musicali dal momento che per le sue strade si eseguivano musiche popolari inglesi, marce militari, marce francesi e musiche spagnole mescolate con i canti religiosi di chiese battiste, metodiste e cattoliche. Nelle strade si esibivano poi le Marching Band durante i funerali e durante il carnevale mescolando sacro e profano. Si aggiungono a queste le worksong dei lavoratori (schiavi) delle campagne, gli spirituals e i blues. Era una citta' famosa per le sale da gioco, i bordelli di lusso, i locali notturni, i battelli fluviali da crociera, il carnevale del Mardi Gras, ma anche per la folla di mendicanti, vagabondi, imbroglioni e prostitute che brulicava nelle sue strade e per i bugigattoli fumosi dove si beve birra ("Dixie") a ritmo di boogie, frequentati dalla teppaglia locale e da marinai di passaggio. Nel primo Ottocento era la citta' piu' musicale del continente, l' unica a poter vantare continuamente spettacoli d' opera, concerti classici e balli sociali. La popolazione era di circa 30.000 persone, delle quali almeno 12.000 di colore. Unica nel Nuovo Mondo, la citta' aveva una rigida struttura di caste: bianchi, mulatti e neri appartenevano a tre classi sociali nettamente separate. Le bande di ottoni di New Orleans erano una delle attrazioni pittoresche della citta'. Picnic nei parchi, parate cittadine, funzioni religiose, celebrazioni patriottiche e ogni sorta di manifestazioni pubbliche, erano sempre accompagnate da una banda marciante, una tradizione ereditata dai francesi. Anche queste bande erano composte di poche unita', al piu' una dozzina, ma preferivano i fiati agli archi (trombe, cornette, corni, tromboni, tuba, clarinetti) e facevano uso di percussioni. In occasione dei balli di societa' comunque molte di queste bande si trasformavano velocemente in orchestre da ballo, sostituendo gli strumenti a fiato con quelli ad archi. La piu' pittoresca delle tradizioni di New Orleans era il funerale. La bara veniva accompagnata al cimitero da una banda (come in Europa) che suonava qualche inno religioso. Dopo la sepoltura invece la banda, a debita distanza dal luogo sacro, intonava un ragtime e i passanti si aggregavano alla marcia danzando in mezzo alla strada. Spesso il ragtime era un inno sacro rifatto in maniera sacrilega. La funzione religiosa veniva cosi' irrisa e la morte esorcizzata. Le due bande piu' famose del tempo furono l' Excelsior e l' Onward. Non esiste alcuna incisione, ma si ritiene che esse suonassero uno stile molto prossimo al blues. Al principio del secolo si diffusero le competizioni fra le varie bande cittadine. Durante queste "olimpiadi" si mettevano in luce i suonatori piu' originali. Alcuni divennero leggendari per la loro bravura. La tromba di Charles “Buddy” Bolden fu certamente la piu' riverita. Bolden batte' la concorrenza grazie ad un sound piu' originale che mischiava elementi di blues e ragtime e che consentiva ai musicisti di improvvisare. Il codice di segregazione del 1894, che ghettizzo' anche i creoli, e l' istituzione di Storyville del 1897 sconvolsero gli equilibri della citta': i creoli, che sapevano leggere la musica, vennero a contatto con i negri, che suonavano d' istinto; Storyville indusse una selezione naturale, perche', grazie ai suoi alti salari, attiro' tutti e soli i musicisti migliori. "Basin street" divenne il centro della musica di colore, e la "Tuxedo Hall" la sala da ballo per eccellenza. Lo stile cosi detto New Orleans nacque nello Storyville (quartiere dei bordelli e dei locali) dove i musicisti si ritrovavano ed avevano modo di esprimersi ed iniziare la loro carriera oltre che guadagnare quel poco che occorreva per sopravvivere. Questo stile è caratterizzato da improvvisazioni su semplici armonie e le band erano formate prevalentemente dalla sezione ritmica (rullante e poi batteria, washboard o banjo e poi chitarra, contrabbasso) e da tre strumenti a fiato importanti (cornetta sostituita poi dalla tromba, trombone e clarinetto) che eseguivano la parte improvvisata. Lo schema generale prevedeva che la cornetta conducesse la melodia, il clarinetto suonasse una contro-melodia, il trombone facesse il contrappunto piu' basso. Gli esponenti principali di questo stile furono: Jelly Roll Morton (pseudonimo di Ferdinand Joseph LaMenthe) che comincio' a suonare il pianoforte a Storyville all' eta' di diciassette anni. Dal 1904 decise di portare in giro per il Sud il suo stile barrelhouse. Per vent' anni fu quindi un vagabondo della musica. Compose "Frog-I-More-rag", "The naked dance", "Kansas City stomp", "King Porter stomp", "Wolverine blues" e (forse) "Tiger rag". Poi vennero i classici che lo imposero come il primo vero compositore di jazz. Fu certamente uno dei primi a saper scrivere la musica. Joe King Oliver aveva suonato in un po' tutte le principali brass band, ed aveva esordito nell' orchestra di William Johnson, la New Orleans Original Band che si esibiva al Royal Gardens dal 1917. La Creole Jazz Band l' aveva formata nel 1920, gia' famoso per il suo stile alla cornetta. Nel 1922 Oliver aveva chiamato al suo fianco Louis Armstrong, stabilendo una formazione con due cornette, clarinetto, trombone, banjo, piano e batteria. Quel complesso tenne per cinque anni il primato del jazz. Lo stile di Oliver divenne leggendario per il suo accanimento nell' usare bottiglie, bicchieri, tazze e persino secchieli nella campana dello strumento per ottenere suoni sempre piu' emotivi. Il declino ebbe inizio nel 1926, quando il complesso mutò nome in "Dixie Syncopators". Louis Armstrong cantava da bambino per qualche penny sui marciapiedi di New Orleans. Nel 1914 si iscrisse ad una scuola di musica ed apprese a suonare diversi strumenti, dimostrando una spiccata propensione per la cornetta. Fu con tale strumento che si mise in evidenza nella brass band Home prima e in diversi nightclub poi. Nel 1918 prese il posto di Oliver nell' orchestra di Kid Ory e nel 1922 Oliver lo chiamo' a Chicago a suonare la seconda cornetta nella Creole Jazz Band. Con lui incise "Dipper mouth blues". A partire dal 1924, quando lasciò Oliver per trasferirsi a New York e suonare con Fletcher Henderson, Armstrong si rivelò come il primo grande solista del jazz, subito adorato dal pubblico ed imitato dai colleghi. Incise altri suoi classici, come "Copenaghen". Torno' a Chicago nel 1925, conquistando rapidamente il carisma del più grande jazzista vivente, fino a diventare simbolo vivente della musica negra a livello mondiale. "Cake walking babies from home", "West end blues", "Weather bird", "Mahogany hall stomp", "When the saints go marchin in" furono alcuni dei più grandi successi dell' epoca. Sin dalle origini il jazz non è stato prerogativa dei neri. Già sul nascere, infatti, numerose "bands" bianche suonavano alla maniera di New Orleans. La mitica figura di Papa Jack Lane ci rivela, anzi, che erano frequenti le "gare" tra bands bianche e nere. Il modo di suonare dei bianchi era più razionale, più costruito, più individuale, anche se, in molti casi, meno spontaneo ed istintuale rispetto al modo di suonare dei neri. I bianchi del Dixieland rafforzarono la ricerca del suono pulito, la completezza e la linearità delle linee melodiche dell'improvvisazione, la riconoscibilità dei temi, la cantabilità degli a solo e, soprattutto, l'individualità e l'espressività del solista. Le orchestre come la Original Dixieland Jazz Band o la New Orleans Rhythm Kings si esibivano con regolarità nei grandi locali ed avevano più possibilità di quelle nere di accreditare l'immagine del jazz presso il grande pubblico. Con il termine Dixieland viene quindi definito il particolare modo di suonare lo stile New Orleans da parte dei bianchi.Quando i confini tra bianchi e neri, almeno a livello musicale, si attenuarono, con la nascita delle bands miste, venne finalmente alla luce la vera peculiarità della musica jazz, ovvero il fatto di essere una musica nata dall'incontro di due diverse espressioni culturali americane, quella nera e quella bianca, nel cui tracciato si è sviluppata. Uno degli esponenti più importanti di questo stile fu certamente il cornettista Bix Beiderbecke (morto a soli 29 anni) che è stato unanimemente riconosciuto come il più grande cornettista bianco. Chicago divenne, alla fine del primo decennio del '900, il rifugio dei musicisti che, rimasti senza lavoro a causa della chiusura dello Storyville di New Orleans (voluta dalle autorità militari statunitensi all'entrata in guerra degli U.S.A. per non turbare i militari di leva nella città), vi trovarono ospitalità nei numerosi club, music-hall e locali. Nella southside di Chicago, il quartiere nero, si sviluppò una fervente attività musicale e jazzistica. Qui vennero incisi i primi capolavori del jazz da parte delle bands guidate da King Oliver, poi da Louis Armstrong, Johnny Dodds, Jelly Roll Morton, Jimmie Noone . Contemporaneamente a questa massiccia affermazione dello stile di New Orleans a Chicago, un gruppo di musicisti bianchi, dilettanti e professionisti maturò una propria interiorizzazione del jazz suonato dai neri, dando vita ad uno stile proprio, lo stile di Chicago. Partendo dal modello di improvvisazione collettiva dello stile New Orleans, a poco a poco, la sensibilità bianca derivata dai modelli musicali europei e folcloristici dello hillbilly e shiffle introdusse soluzioni armoniche più raffinate e sempre crescendo, la valorizzazione dell'elemento solistico che all'apice dello stile di Chicago, si tradurrà nella preponderanza dell'improvvisazione del singolo e nella dominazione del sassofono, nonché nella nascita delle grosse formazioni (Big Bands ), annunciando il jazz degli anni trenta e lo stile Swing. Tra i solisti di spicco: Bix Beiderbecke, Bud Freeman, Pee Wee Russell, Muggy Spainer . Chicago fu, dunque, un centro che segnò profondamente l'evoluzione del jazz e rimase costantemente un importante punto di riferimento per i musicisti, tanto è vero che, negli anni '60, diverrà uno dei più importanti luoghi in cui si cristallizzeranno le tendenze d'avanguardia musicalmente e politicamente più radicali della cultura nero-americana.Discografia minima: risulta complicato fornire i titoli degli album, per alcuni musicisti le incisioni o non ci sono o sono molto danneggiate mentre per Armstrong la produzione è sterminata, si danno pertanto i nomi degli esponenti più significativi di questo genere lasciando ad ognuno la scelta dei titoli con la solita avvertenza di evitare, per quanto possibile, l’acquisto di compilation. Un acquisto interessante riguarda Armstrong: esiste un cofanetto dal titolo “A musical autobiography” composto da 3 CD ed un bootleg nel quale Louis è voce narrante che introduce i brani in modo cronologico dagli inizi fino a tempi più recenti. Dà sicuramente una panoramica dell’evoluzione di questo genere. Buddy Bolden Joe“King”Oliver: Working man blues Kid Ory Jelly Roll Morton: The Piano Rolls Louis Armstrong Bix Beiderbecke: Singin' the blues Le grandi orchestre e lo Swing Il periodo delle grandi orchestre (Big Band) può essere considerato come quello dell’era classica del jazz in quanto fu un periodo di grande stabilita' e di maggior benessere economico. Le Big Band erano più piccole dell' orchestra di musica classica, ma rappresentavano un' espansione rispetto ai gruppi di 5-6 elementi di New Orleans e si cominciò ad arrangiare i pezzi lasciando comunque spazio all' improvvisazione. La prima Big Band nacque a New York nel 1931 grazie a Fletcher Henderson e Don Redman, provenienti dal conservatorio. Seguirono Cab Calloway, Duke Ellington, Jimmie Lunceford, Chick Webb. Nel 1926 aprì' il Savoy Ballroom di Harlem che divenne il punto di riferimento per questo genere. Famoso anche il Cotton Club di cinematografica memoria. Chick Webb “inventò” la prima star vocalist: Ella Fitzgerald. A Chicago successe la stessa cosa con Earl Hines, Charles Cooke, David Peyton ed Erskine Tate. Le sale da ballo nate durante la depressione e sviluppatesi durante al ripresa divennero il posto di esibizione ideale delle Big Band e cominciarono a diffondersi anche i balli latini quali la rumba, il tango, il mambo, la samba e il cha-cha introducendo nelle Band nuovi elementi di ritmica. Nei bar si diffuse invece una versione ridotta della Big Band, il cosiddetto "combo" di cinque o sei strumenti con un jazz più soft. Il cool jazz ebbe origine da questi combo. I rivali dei combo nei bar furono i pianisti solisti in quanto molti bar preferirono continuare la tradizione dei saloon e dei bordelli nata a New Orleans Duke Ellington nel 1932 scrisse "It don't mean a thing if it ain't got that swing" e fu la nascita ufficiale del genere. Due anni dopo nasce la prima rivista dedicata esclusivamente al jazz, Down Beat e Commodore e Blue Note furono le prime etichette discografiche dedicate interamente al jazz. Lo swing comincia a delinearsi verso la metà degli anni venti in quanto gli stili degli anni precedenti sembravano essere superati e cominciava a crearsi un nuovo stile che, mescolando la musica di New Orleans e quella di Chicago diede origine a questo nuovo modo di fare jazz. Molti musicisti si spostarono da Chicago a New York che divenne il centro di questo genere. La caratteristica principale dello swing è costituita dalla formazione di grandi orchestre dovuta alla esigenza di creare un rilevante volume sonoro sufficiente a ”riempire di musica” i grossi locali da ballo. Dal 1925 al 1929, ad Harlem e Kansas City, le grandi orchestre di Duke Ellington, Fletcher Henderson e Count Basie impostarono un radicale rinnovamento del jazz, con la messa a punto del linguaggio orchestrale. Queste grandi orchestre fissarono le fondamentali caratteristiche strutturali delle orchestre stesse, formate da tre distinte sezioni di fiati: trombe, tromboni e sassofoni in numero variante dai tre ai cinque strumenti per sezione, oltre ad una sezione ritmica comune anche ai piccoli complessi, formata da pianoforte, chitarra, contrabbasso e batteria. Le orchestre suonavano la loro musica e si caratterizzavano per la personalità del loro leader il quale definiva l'impostazione del suono della band attraverso gli arrangiamenti scritti. Completavano il quadro gli interventi improvvisati dei solisti. La crisi economica del 1929 costituì una grossa battuta di arresto per il jazz; in quella occasione molti musicisti furono costretti a cambiare mestiere o a trovare qualche impiego nei locali gestiti dai gangsters locali dediti al controllo della prostituzione ed al traffico clandestino di alcoolici durante il proibizionismo. Grazie a ciò il jazz continuò a sopravvivere, specialmente a Kansas City, dove la vita notturna non ebbe praticamente interruzioni e crisi nei locali gestiti dai boss della malavita bianca e nera. A Kansas City si affermarono alcune delle più importanti grandi orchestre, come quella di Count Basie, e trovarono il loro momento di gloria i grandi solisti quali Ben Webster, Coleman Hawkins e Lester Young, o le grandi cantanti come Billie Holiday . Kansas City vide nascere una vera e propria scuola solistica che formerà alcuni dei grossi nomi del jazz moderno come ad esempio Charlie Parker. Bisognerà comunque attendere il superamento della crisi economica per assistere al rilancio del jazz, quando, verso la metà degli anni trenta, raggiunse con lo Swing il suo culmine commerciale e la cosa proseguirà fino al dopo guerra. Discografia minima: Alcuni di questi musicisti hanno cominciato, spesso, suonando nelle grandi orchestre per poi prendere la loro strada e incidere dischi con la loro formazione o collaborando fra loro in incontri rimasti storici nella storia del jazz: Red Allen, Buck Clayton, Roy Eldridge, Hot Lips Page, Cootie Williams, Harry Sweet Edison, Kid Ory, Vic Dickenson, Juan Tizol, Trummy Young, Johnny Dodds, Sidney Bechet, Barney Bigard, Benny Carter, Johnny Hodges, Coleman Hawkins, Lester Young, Ben Webster, Jo Jones, Earl Hines, Art Tatum, Fats Waller, Oscar Peterson, Billie Holiday, Ella Fitzgerald Orchestre nere: Duke Ellington, Count Basie, Fletcher Henderson, Chick Webb Orchestre bianche: Benny Goodman, Tommy Dorsey, Glenn Miller, Artie Shaw Be Bop La parola Be Bop (a volte Re Bop) è un suono onomatopeico che imita una frase di due note dell’intervallo di quinta diminuita tipico delle nuove armonizzazioni usate dai Bopers, ma fa riferimento, nel linguaggio gergale anche ai termini di rissa, coltellata o rivolta. Rivolta nei confronti dello swing commerciale che si manifesta suonando senza un programma, un fraseggio nervoso, frammentato e velocissimo con nuove soluzioni armoniche e ritmiche indiavolate. L’obiettivo dello swing e delle grandi orchestre (e soprattutto delle case discografiche) era stato quello di non far pensare alla guerra e ai problemi sociali con una musica allegra, spensierata e da ballo. I musicisti neri che militavano in queste orchestre avvertono però l’esigenza di svincolarsi dagli arrangiamenti rigidi delle Big Band e di esprimersi più liberamente per manifestare la loro ribellione a quel mondo di finta allegria. Ecco allora che alcuni di loro, dopo il lavoro in orchestra si riuniscono in piccole formazioni (combos) formate da tre/sette elementi per sperimentare nuove soluzioni armoniche e nuovi arrangiamenti. Questo tipo di formazione (tromba, sax e ritmica con l’aggiunta a volte del trombone) permette di suonare senza arrangiamenti scritti basandosi su un canovaccio e sviluppando la capacità di interazione ed empatia fra i musicisti. Si raggiungono così due obiettivi, uno ideologico in quanto la piccola formazione di neri si opponeva alle Big Band dei bianchi e l’altro era la possibilità di suonare in locali piccoli con compensi ridotti. I boppers danno così vita ad un movimento culturale, elitario, nero e di nicchia che si oppone al mondo borghese, razzista e perbenista e che si manifesta non solo con la musica ma anche attraverso l’immagine (occhiali neri, baffetti, pizzetti, linguaggio) e uno stile di vita senza regole e limitazioni. Il jazz diventa rivoluzione, movimento intellettuale e impegno sociale. Tutto ciò nasce nella 52^ strada di New York nei locali di Monroe’s e Minton’s con l’arrivo da Kansas City di un ragazzo di 19 anni che sperimenta nuove sonorità suonando ad un ritmo velocissimo: era Charlie Parker che diventerà un punto di riferimento per tutti i musicisti. In questi locali, di notte, si riuniscono insieme a Parker, Thelonious Monk, Dizzy Gillespie, Kenny Clarke e Charlie Christian per sperimentare nuove soluzioni e “riprendersi” la loro musica usurpata dai bianchi. Il Bop è l’esatto contrario dello swing, non c’è nulla di banale, scontato e ballabile. I brani prevedono l’esposizione del tema (a volte nemmeno quello per non pagare i diritti d’autore) seguita da improvvisazioni molto lunghe con frasi scattanti, velocissime, nervose e dissonanti con abbondante utilizzo di accordi diminuiti o aumentati (banditi nelle composizioni di periodi precedenti), dissonanze e nuove scale su cui improvvisare. Si stavano gettando le basi per un jazz molto più vicino alla musica delle radici (africane) e che avrebbe portato dopo la parentesi del Cool all’Hard Bop ed alla rivoluzione del Free. Ma questo è oggetto della prossima puntata. Discografia minima: Art Blakey Max Roach Kenny Clarke Charlie Christian Dexter Gordon Charlie Parker Bud Powell Thelonious Monk J. J. Johnson Miles Davis Dizzy Gillespie Fats Navarro Cool Contrariamente a quello che si pensa Cool non significa freddo o fresco, ma, in questo contesto, rilassato, impegnato, imperturbabile. Il genere Cool nasce a New York alla fine dei ’40 in contrapposizione al nervoso/nevrotico Be Bop, ma non ha molto successo; si afferma però con successo in California dove viene identificato anche come West Coast Jazz. Era suonato prevalentemente da musicisti bianchi in contrapposizione al “nero” Bop anche se fu Miles Davis (proveniente dal gruppo di Charlie Parker) a incidere in quegli anni l’album “The birth of the cool”. Davis, infatti, insieme a Gil Evans comincia a fare nuovi esperimenti musicali introducendo nel gruppo di musicisti strumenti come la tuba ed il corno francese, in modo da creare appunto una musica molto rilassata (Cool) grazie al suono di questi strumenti. Con l’insuccesso ottenuto a New York molti musicisti si spostarono sulla costa West dove furono ben accolti grazie anche al terreno fertile dal punto di vista culturale preparato da Kerouac (Scrivere Bop) e Ginsberg, quelli della Beat Generation, appassionati di jazz. Altra novità introdotta nel Cool fu il gruppo pianoless (Mulligan e Baker) dove la ritmica era formata solo da batteria e contrabbasso ed i fiati dialogavano tra di loro durante le improvvisazioni. Verso la metà degli anni cinquanta ai ritmi forsennati del Be Bop si sostituirono soluzioni più equilibrate, venne riscoperto il contenuto melodico del jazz ed un uso più rilassato della ritmica. La struttura dei brani Cool è formata da tempi e registri sonori medi con la ritmica che fa quasi da sottofondo, discreta; è la riscoperta della melodia del jazz (come era nelle Big Band) ma con nuovi arrangiamenti che tengono conto anche dell’esperienza Bop. Discografia minima: Lennie Tristano Gerry Mulligan Chet Baker Miles Davis Lee Konitz Stan Getz Modern Jazz Quartet Stan Kenton Hard-Bop L'Hard bop è uno stile nato verso la fine degli anni ’40 e sviluppatosi nella seconda metà degli anni ‘50. Deriva dal Be Bop ed esalta ancora di più il concetto di improvvisazione e armonizzazione, recuperando in più il giro armonico del blues, che lo rende orecchiabile, e che porterà alla nascita di altri generi come il funk il soul ed il rhythm 'n' blues. Lo stile “bianco” del cool e della West Coast, provocarono la reazione dei musicisti neri della East Coast. Questa reazione portò al recupero delle caratteristiche più marcatamente nere del jazz: le influenze gospel e blues, l'immediatezza, in contrasto con il jazz arrangiato del cool, e soprattutto la ritmica. Accanto alle semplici progressioni tipiche, trovarono spazio le soluzioni armoniche del be-bop ed i temi tradizionali che si aggiunsero alle composizioni originali. Le formazioni utilizzate sono di solito il quintetto ed il sestetto con la ritmica composta da contrabbasso, batteria e pianoforte a cui si aggiungono sax e tromba ed eventualmente il trombone. Ritorna quindi, in contrapposizione al pianoless del cool, il pianoforte e sparisce la chitarra che con quest’ultimo va in contrasto. L’Hard Bop porterà con il suo sviluppo alla nascita di altri generi musicali quali il Free jazz, la Fusion, il Soul . Discografia minima: Cannonball Adderley Donald Byrd Art Blakey Clifford Brown John Coltrane Miles Davis Eric Dolphy Lou Donaldson Benny Golson Dexter Gordon Joe Henderson Freddie Hubbard Philly Joe Jones Charles Mingus Blue Mitchell Thelonious Monk Lee Morgan Horace Silver Max Roach Modale I generi cool e hard-bop si svilupparono e imposero nel mondo jazzistico per tutto il corso degli anni cinquanta, ma, la ricerca di diversi modi di espressione da parte dei musicisti è una esigenza pressante e la sperimentazione di nuove soluzioni arriverà, dopo una sperimentazione negli anni ’50 da parte di Gorge Russell, attraverso Miles Davis coadiuvato dal sassofonista tenore del suo quintetto, John Coltrane. Con l’album Milestone (1958) Davis introduce, nelle esperienze di cool e hard-bop, la concezione modale, che si caratterizza per l'impiego di armonizzazioni povere, basate su lunghe sequenze di uno o due accordi sulle quali si improvvisa utilizzando melodie elaborate su modi o scale costruiti al di fuori delle due principali modalità: maggiore e minore. In pratica si usano i modi delle scale e il collegamento melodico tra le stesse. Nasce come reazione al Bebop e all'Hard bop, che avevano basato le strutture jazzistiche con una esagerazione di accordi e sostituzioni e con un ritmo ossessivo, opponendo ad essi la ricerca di una situazione musicale più distesa e di maggior distensione sia sul tempo che sull'armonia. L'esperimento di Davis con Milestone verrà portato a compimento con un album fondamentale che segnerà un momento importante per l'evoluzione stilistica: Kind of Blue (1959), dove le nuove concezioni di Davis e Coltrane trovano, con il contributo del giovane pianista bianco Bill Evans, la loro giusta collocazione ed una sistemazione organica e definitiva, oltre ad un risultato estetico tra i più apprezzabili in tutto il panorama musicale jazzistico. A partire da questo album la modalità sarà sviluppata da Bill Evans e sarà utilizzata da giovani musicisti emergenti quali Herbie Hancock (Maiden Voyage), Chick Corea, Keith Jarrett e Gary Burton e lo stesso Coltrane (Impressions) Discografia minima: Miles Davis Bill Evans John Coltrane Herbie Hancock Chick Corea Keith Jarrett Gary Burton Free Il free è uno stile di jazz nato a New York e Chicago all’inizio dei ’60 mentre nel mondo imperversava la contestazione e negli Stati Uniti cominciavano le rivendicazioni razziali di Martin Luther King, Malcolm X e del Black Power che sarà punto di riferimento per i musicisti Free rivestendo così anche una anche una valenza sociale oltre che un impegno politico. Tale stile si sostanzia nella distruzione di forme e schemi, nella ricerca delle origini del jazz e nel recupero delle origini del jazz nell'improvvisazione collettiva che diviene momento di sfogo della rabbia dei neri alla ricerca della massima distanza dalle influenze musicali dei bianchi. Questa rivoluzione musicale investe i temi, i ritmi e la tecnica strumentale tradizionale che sono considerati elementi di costrizione alla voglia di gridare la propria liberazione. Nel be-bop la rivoluzione si tradusse nella ricerca di nuove forme che esaltassero la trasgressività, nel free si cerca di abbattere la forma combattendo il sistema per distruggerlo. L’esperienza del modale portò alcuni musicisti verso una dimensione più libera e meno convenzionali a partire da John Coltrane ponendo le basi per arrivare alla cosiddetta fusion. Nel 1960 Ornette Coleman utilizzò per primo il termine Free con l’incisione d uno storico album nel quale due quartetti contrapposti, partendo da una ritmica predeterminata, improvvisano liberamente. Si crea così una tendenza che rompe con le strutture musicali precedenti cercando nuovi ritmi e stili che si evidenziano nello spazio lasciato al solista per una improvvisazione molto libera, free, appunto. E’ un genere difficile da comprendere anche perché è collegato agli eventi politici e sociologici dell’epoca. Il ritmo è frammentato, irregolare, al limite del rumore e ci sono influenze di esperienze musicali di altri paesi del mondo costituendo le premesse, come già detto per la fusion e per quella che sarà chiamata più tardi World Music. Discografia minima: Art Ensemble of Chicago Art Blakey Paul Bley Don Cherry Ornette Coleman John Coltrane Eric Dolphy Sun Ra Archie Shepp Cecil Taylor Jazz Rock - Fusion Con il termine Fusion si intende uno stile musicale nato negli anni ottanta per indicare le numerose forme di contaminazione musicale tra generi diversi. Viene utilizzato anche per indicare le musiche degli ani 70 che venivano classificate come jazz rock. Dopo il fenomeno del free molti neri si erano progressivamente allontanati dal jazz alla ricerca di musica che fosse più espressione della “negritudine”quale il blues, il rhythm & blues ed il nascente fenomeno del rock.Chi si fece carico di questo “recupero” fu Miles Davis il quale intuì che la soluzione poteva essere quella di “contaminare” il jazz con il rock. Richiamò a sé, dopo l’esperienza di Kind of Blue alcuni giovani musicisti, che sarebbero poi diventati grandi solisti, cercando soluzioni di compromesso fra il modale ed il free oltre che con la musica latino-americana (soprattutto percussioni) con il pop e con l'utilizzo della strumentazione elettrica ed elettronica. Molti ritengono che la prima incisione fusion sia stato l’album Bitches Brew, di Davis appunto, nel 1970. In genere si tratta di musiche jazz associate ai semplicismi del rock dove gli strumenti elettrici, le tastiere e la strumentazione elettronica in generale hanno un ruolo predominante e centrale rispetto agli altri strumenti. Discografia minima: Billy Cobham Stanley Clarke Chick Corea Miles Davis Al Di Meola Herbie Hancock John McLaughlin & Mahavishnu Orchestra Marcus Miller Pat Metheny Jaco Pastorius Weather Report Joe Zawinul Michael Brecker Acid Il genere Acid ingloba elementi di jazz, funk, soul, hip-hop e rap. A fianco degli strumenti tradizionali del jazz quali la tromba, il sax ed il trombone entrano in modo evidente il basso e la tastiera. Nasce verso la fine degli anni '80 in Inghilterra e deve il suo nome alla contaminazione di jazz, funk e acid rock degli anni 60-70. Nascono così delle etichette discografiche (e riviste specializzate) che promuovono e lanciano il nuovo fenomeno i cui artisti più famosi sono il gruppo Galliano, Jamiroquai, che mescola disco e soul sulle orme di Stevie Wonder ed il James Taylor Quartet. Discografia minima: Count Basic Galliano Incognito Jamiroquai James Taylor Quartet Ronny Jordan United Future Organization Urban Species US3 Brother Jack McDuff Lonnie Liston Smith Il Jazz in Italia (tratto da http://www.verolanuova.com) Come in altri paesi europei, del jazz si è avuto iniziale sentore in Italia durante la prima guerra mondiale attraverso la presenza di reparti dell'esercito statunitense: in quelle bande militari si poteva avvertire un'insolita musica, che veniva allora definita «sincopata». I primi complessi italiani vicini al jazz furono formati da un batterista rientrato da un'intensa attività in Inghilterra Arturo Agazzi il quale costituì la sua Syncopated Orchestra nell'immediato dopoguerra; nel 1920, sempre a Milano, sorse la Ambassador’ s Jazz Band del sassofonista Carlo Benzi. Di un vero jazz italiano si poté incominciare a parlare, grazie all'avvento di musicisti quali il chitarrista Michele Ortuso cresciuto negli Stati Uniti, e Pippo Barzizza , direttore dell'orchestra italiana più jazzisticamente dotata. Il maggiore impulso venne comunque anche in Italia, come in altri paesi, in coincidenza con la Swing Era della metà degli anni Trenta, e ne fu protagonista Gorni Kramer. Solista di fisarmonica e geniale compositore, egli fece compiere al jazz in Italia un autentico salto di qualità. Dopo questi esordi pionieristici l'Italia ha conosciuto una regolare e diffusa vita musicale jazzistica solo a partire dagli anni Cinquanta. Una caratteristica peculiare del jazz italiano risiede nel fatto che il suo sviluppo si è svolto su un duplice binario che ha visto coinvolti, sin dagli inizi, artisti e teorici. In questo senso, un apporto fondamentale è venuto da Massimo Mila, Giancarlo Testoni (cofondatore nel 1945 di "Musica Jazz", la più importante rivista italiana) e, soprattutto, dalla passione di Arrigo Polillo, autore del fondamentale Jazz, uno tra i più completi libri sul jazz mai scritti. Tra il dopoguerra e gli anni Settanta, è maturata una generazione di musicisti che si è affermata sulla scena internazionale. Il pianista Giorgio Gaslini, tra i primi seguaci del bebop in Italia, è stato un attivo sperimentatore di tecniche e linguaggi diversi, inclusa l'improvvisazione free. Franco D'Andrea ed Enrico Pieranunzi si sono attestati sulla linea di un hard bop eclettico di altissimo livello, in equilibrio tra tradizione pianistica e ricerca. Il chitarrista Franco Cerri ha sviluppato un raffinato approccio cameristico ed è riuscito sempre a mantenere una certa distanza rispetto ai modelli prestabiliti. Ma i musicisti che hanno contribuito allo sviluppo del jazz italiano sono moltissimi e provenienti da esperienze molto diverse; si va da Enrico Rava (tromba) a Gianluigi Trovesi (sax); da Giancarlo Schiaffini (trombone) a Enrico Intra (pianoforte); da Gilberto Cuppini (batteria) a Eraldo Volonté (sax tenore); da Sante Palumbo (pianoforte) a Gaetano Liguori (pianoforte), a Bruno Tommaso (contrabbasso); da Gianni Coscia (fisarmonica) ad Armando Trovajoli (pianoforte). Tra i più giovani, vi è il trombettista Paolo Fresu, dotato di una sonorità morbida e caldissima, e, sempre alla tromba Bosso, e il pianista Stefano Bollani. Sulla linea fondamentale del bop, anzi risalendo fino alle origini parkeriane, si distinse in una carriera precoce ma purtroppo breve l'altosassofonista Massimo Urbani. Simbolo dell'attuale sviluppo raggiunto dal jazz italiano è la grande formazione della Italian Instabile Orchestra, che riunisce molti dei migliori jazzisti nazionali. riporto per correttezza una parte di siti e testi consultati, tutti non li ricordo e, per le omissioni, me ne scuso in anticipo.  http://it.wikipedia.org/wiki/Pagina_principale http://users.libero.it/supnick/ http://www.jazzitalia.net/ http://www.scaruffi.com/jazz/14.html http://www.addmusic.it/jazz_index.htm http://www.keithjarrett.it/una_storia.htmA. Polillo – Jazz - Mondadori W. Mauro – La storia del Jazz - Newton J. Gavin – Chet Baker - Baldini&Castoldi M. Davis e Q. Troupe – Miles - Rizzoli Riviste specializzate Un po' di discografia per titoli, comincio da Louis Armstrong The complete Hot Five and Hot Seven Satchmo at Symphony Hall (live) Satchmo at Symphony Hall, Vol. 2 (live) Louis plays W C Handy Ella and Louis Ella and Louis again Louis Armstrong Meets Oscar Peterson Louis and the Dukes of Dixieland Louis Armstrong and Duke Ellington Satchmo: A musical autobiography per gli amanti del cool, Chet Baker: Chet Baker & strings (Columbia/Legacy) Chet Baker sings (Pacific) In Europe, (Philology) Chet Baker & Crew (Pacific Jazz) Chet Baker in New York (Riverside/OJC) Baby breeze (Limelight) Boppin' with the Chet Baker quintet (Prestige) Comin' on with the Chet Baker quintet (Prestige) Cool burnin' with the Chet Baker quintet (Prestige) Groovin' with the Chet Baker quintet (Prestige) Smokin' (Prestige) Day break (SteepleChase) Live in Montmartre, vol. 2 (SteepleChase) No problem (SteepleChase) Someday my prince will come (SteepleChase) The touch of your lips (SteepleChase) At Capolinea (Red) Diane: Chet Baker and Paul Bley (SteepleChase) Chet Baker in Tokyo (Evidence) Chet Baker sings and plays from the film « Let's get lost » Four: live in Tokyo, vol. 2 (Paddle Wheel) procedendo in maniera random fornisco un po' di titoli di Miles Davis, la sua produzione è sterminata pertanto mi limito a dare una discografia minima in ordine cronologico che rende forse l'idea del percorso artistico: incisioni in studio: Birth of the Cool (1949 and 1950) Walkin' (1954) Bags' Groove (1954) Relaxin' with the Miles Davis Quintet (1956) Steamin' with the Miles Davis Quintet (1956) Workin' with the Miles Davis Quintet (1956) Cookin' with the Miles Davis Quintet (1956) Round About Midnight (1955-1956) Milestones (1958) Porgy and Bess (1958) Kind of Blue (1959) Sketches of Spain (1960) Someday My Prince Will Come (1961) Seven Steps to Heaven (1963) E.S.P (1965) Miles Smiles (1966) Nefertiti (1967) Filles de Kilimanjaro (1968) Bitches Brew (1969) On the Corner (1972) The Man With The Horn (1980/1981) Decoy (1983) You're Under Arrest (1984/1985) Tutu (1986) Amandla (1989) Doo-Bop (1992) Incisioni live: Birdland 1951 (1951) Miles & Coltrane (1955) At Carnegie Hall (1961) Miles In Tokyo (1964) Live at the Fillmore East, March 7, 1970: It's About That Time (1970) The Complete Miles Davis at Montreux (1973-1991) Un grosso salto indietro per il più grande cornettista bianco, Bix Beiderbecke: Complete OKeh & Brunswick Recordings of Bix Beiderbecke...(1924-1936) (2001) Bix Restored, Vol. 3 (2001) Bix Restored 4 (Box Set) (2003) Bixology, 1924-30 (1924) altra produzione sterminata quella di Duke Ellington, fornisco solo qualche titolo: Ellington at Newport-Complete (1999; expansion and restoration of the complete 1956 Newport Jazz Festival performance) Newport Jazz Festival (1958) Duke Ellington and Johnny Hodges: Back to Back (1959) Duke Ellington and Johnny Hodges: Side by Side (1959) Louis Armstrong & Duke Ellington (1961) Duke Ellington & John Coltrane (1962) Duke Ellington meets Coleman Hawkins (1962) Ella at Duke's Place (1965) Soul call continuo la lista della spesa con alcuni titoli da possedere: Harry "Sweets" Edison: Mr. swing vol. 1 e 2 Harry Edison e Lester Young: Pres & Sweets Lester Young, Roy Eldridge and Harry Edison: Laughin' to keep from cryin' Roy "Little Jazz" Eldridge: Swingin' on the town Paul Gonsalves and Roy Eldridge Eldridge e Gillespie: Roy & Diz Oscar Peterson and the trumpet kings: Jousts J. J. Johnson e Kai Winding: The great Kai and J.J. J.J. Johnson: Standards John Coltrane: Ballads Clifford Brown and Max Roach Coleman Hawkins encounters Ben Webster Ben Webster: Ballads Coleman Hawkins: The Hawk flies high Count Basie: Basie in London Incisioni di Ella Fitzgerald, Billie Holiday, Sarah Vaughan, Dina Washington, Bessie Smith, Anita O'Day. e l'elenco continuerebbe all'infinito con Charlie Parker e tutti quelli del Be Bop, poi il Free, Jarrett, Hanckok, la Fusion, gli italiani Bosso, Boltro, Rava, Pierannunzi, insomma fate un po' voi. Per www.iltrombone.it Vincenzo Ierace Ultimo aggiornamento : 07-08-2007 08:44
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Scritto da: Janet (Ospite) 15-01-2010 11:30